PASSI DI DANZA

Novembre 30, 2008

TORINO FILM FESTIVAL: VINCE TONY MANERO

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“Tony Manero” vince il Festival

Moretti pronto a restare a Torino

Il film cileno che mescola Travolta e Pinochet  è la migliore pellicola del Torino Film Festival. A giorni il regista deciderà se rimanere il terzo anno, ma la sua è quasi una conferma: “Qui i politici non rompono le scatole”
di Maria Pia Fusco
Pablo Larrain Pablo Larrain

TORINO – Il verdetto della giuria rispetta le previsioni: con il trionfo di Tony Manero del giovane cileno Pablo Larrain si chiude il Torino Film Festival. Oltre al premio come miglior film e al premio come miglior attore al protagonista Alfredo Castro, ha vinto anche il Fipresci. Tony Manero – la storia di un uomo ossessionato dall´identificazione con John Travolta in La febbre del sabato sera, evoca gli anni della paura del Cile di Pinochet – uscirà in Italia a gennaio, distribuito dalla Ripley´s, ma già ieri, al cinema Massimo, si è preso gli applausi calorosi del pubblico e del direttore del festival Nanni Moretti, il quale, in veste di conduttore della premiazione, ha divertito giocando con se stesso e sciorinando un elenco interminabile di “grazie” ai collaboratori, dai vertici alle maschere.

LEGGI Nanni rimanda la scelta, ma la sua è quasi una conferma

Tra le altre onoreficenze, premio speciale della Giuria (Jerzy Stuhr, Jonathan Lethem, Dito Montiel, Alexey German e Alba Rohrwacher) è Prince of Broadway di Sean Baker; miglior attrice Emmanuelle Devos in Non-dit di Fien Troch. Miglior documentario italiano, Napoli piazza Municipio di Bruno Oliviero, premio del pubblico, Quemar las Naves.

Il festival si chiude con un bilancio positivo: appagato Moretti che per la sua seconda volta da direttore vanta più 15% di biglietti e abbonamenti venduti, più 25,08% di incassi rispetto all´anno scorso. «L´attenzione è stata la più alta di tutta la storia del festival: l´anno scorso bene, quest´anno meglio. Ed è importante che, con tutte le novità, Torino non ha perso la sua identità originaria». La curiosità più diffusa è sul futuro: ci sarà una terza volta per Moretti? Le voci dicono che il regista per un anno resterà visto che il prossimo film è «ancora allo stadio di soggettino».

 

Lorenzo Ventavoli, presidente della Fondazione Torino Giovani, annunciando le date della prossima edizione, 13-21 novembre 2009, ha salutato il regista con un «Arrivederci Moretti». Lui si limita a dire: «La prossima settimana parlerò con Alessandro Casazza e Alberto Barbera (presidente e direttore del Museo del Cinema, ndr) e penseremo alle decisioni per il futuro», e ricorda che «quando due anni fa ho messo da parte il mio lavoro di regista e di produttore per accettare l´incarico, qui ho trovato una situazione non proprio di amicizia. Si è detto che ho accettato per narcisismo, in realtà volevo dare una mano ad un festival al quale ero affezionato da spettatore».

Considerando ormai una «ex polemica» quella dell´assenza di titoli nazionali nel concorso, Moretti ricorda le sezioni dedicate ai documentari italiani, con autori nuovi o affermati come Vincenzo Marra con Il grande progetto e Daniele Gaglianone con Non ci sarà la guerra (Premio speciale della Giuria). Poi sottolinea: «se le istituzioni locali c´entrano con le manifestazioni culturali, qui Regione, Provincia e Comune non mi hanno mai rotto le scatole. Questo, da ingenuo cittadino a me sembra scontato, ma mi assicurano che per chi lavora in altre manifestazioni non è la norma». Infine i soldi: «Al festival non servono soldi in più. L´unico problema è nei tempi in cui i tre milioni di budget vengono assegnati».

(30 novembre 2008)
 

Novembre 28, 2008

ROBERTO BOLLE DANZA CON PASSIONE

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ROBERTO BOLLE IN UN MAESTOSO SALTO

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Roberto Bolle e Alessandra Ferri in Manon

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ROBERTO BOLLE AMBASCIATORE PER L’UNICEF

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Anche se la carriera va alla grande, Roberto non dimentica i problemi della realtà quotidiana e si impegna nel sociale: dal 1999 è ambasciatore di buona volontà per l’Unicef e si impegna soprattutto per i bambini poveri prestando la sua immagine a numerose iniziative come quella del 2004 delle “Pigotte Liriche”. Il suo straordinario talento lo porta a prendere parte a eventi importantissimi: nel 2000 danza di fronte al presidente russo Putin in occasione del 75° anniversario di Maja Plisetskaja; nel 2002 in occasione del Giubileo della regina Elisabetta II balla il Lago dei Cigni a Buckingham Palace; balla al concerto di Capodanno del 2004 in occasione della riapertura del Teatro la Fenice a Venezia; il primo aprile 2004 si esibisce a Roma in Piazza S. Pietro di fronte a Papa Giovanni Paolo II in occasione della Giornata della Gioventù. Il 10 febbraio 2006 una sua esibizione aprirà i giochi olimpici invernali di Torino.
La sua carriera e la sua vita ormai sono di quelle veramente straordinarie e quindi gli viene riconosciuto il titolo di Etoile del Teatro alla Scala.

http://skamila.wordpress.com/2007/05/

ROBERTO BOLLE DANZA CON ALESSANDRA FERRI

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Roberto Bolle, dazatore étoile della Scala, è entusiasta del ruolo accanto ad Allesandra Ferri e dichiara: “I tre lunghi pas de deux che attraversano il balletto scandiscono l’evoluzione dei protagonisti: al pubblico arriverà l’intensità delle nostre emozioni e vivrà con noi il dramma di Marguerite e Armand”.

http://skamila.wordpress.com/2007/05/

ROBERTO BOLLE IN UN MIRABILISSIMO SALTO

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ROBERTO BOLLE IN PRIMO PIANO

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ROBERTO BOLLE-BIOGRAFIA

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ROBERTO BOLLE

Nato a Casale Monferrato,
cittadina a pochi chilometri da Alessandria e Vercelli, è entrato giovanissimo alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala.

Il primo a notare il suo talento è stato
Rudolf Nureyev
, che lo ha scelto
per interpretare il ruolo di Tadzio nell’opera “Morte a Venezia” di Benjamin Britten.

Nel 1996, appena due anni dopo il suo ingresso nel balletto scaligero, alla fine di un suo spettacolo di “Romeo e Giulietta”,
viene nominato Primo Ballerino dall’allora direttrice del Ballo Elisabetta Terabust.

Protagonista di balletti classici e contemporanei:

“La bella addormentata” coreografia di Nureyev,
“Il lago dei cigni” di Nureyev e Dowell
“La bayadère” coreografia della Makarova
“Excelsior” di Dell’Ara
“Cenerentola” e “Don Chisciotte” coreografati da Nureyev
“Giselle” (anche nella nuova versione di Sylvie Guillem)
“Le spectre de la rose”
“La sylphide”
“Manon”
“Romeo e Giulietta” (questa volta nella versione di MacMillan)
“Onegin” di Cranko
“Notre Dame de Paris” di Roland Petit
“La vedova allegra” di Hynd
“Ondine”
“Rendevous”
“Thaïs” di Frederick Ashton
“In the middle somewhat elevated” di Forsythe
“Tre preludi” di Ben Stevenson.

Si è distinto anche nei ruoli neoclassici di “Agon”, “Chaikovski pas de deux”, ma soprattutto in “Apollon Musagète” che gli ha permesso di ottenere una candidatura al prestigioso Premio Benois de la Danse.

Nel 1990 ha conseguito sia il Premio Danza e Danza che il Premio Positano.

Nel 1996, alla sola età di 21 anni, ha iniziato una intensa carriera internazionale.
Ha danzato con il Royal Ballet, il Balletto Nazionale Canadese, il Balletto di Stoccarda, il Balletto Nazionale Finlandese, la Staatsoper di Berlino, la Staatsoper di Dresden, il Teatro dell’Opera di Monaco di Baviera, il Wiesbaden Festival, l’8° e 9° Festival Internazionale di balletto a Tokyo, il Tokyo Ballet, l’Opera di Roma, il San Carlo di Napoli, il Teatro Comunale di Firenze.

Derek Deane, direttore dell’English National Ballet crea per lui due produzioni,
“Il lago dei cigni” e “Romeo e Giulietta”, entrambe rappresentate alla Royal Albert Hall di Londra.

In occasione del 10° anniversario dell’Opera del Cairo, partecipa a una spettacolare “Aida alle piramidi di Giza” e, successivamente, all’Arena di Verona per una nuova versione di “Aida” trasmessa in Mondovisione.

Dal dicembre 1998 è Artista Ospite Residente del Teatro alla Scala.

Fra le sue numerose partner:

Carla Fracci, Sylvie Guillem, Alessandra Ferri, Darcey Bussell, Viviana Durante, Altinay Assilmaratova, Margaret Illmann, Susan Jaffe, Isabel Guerin, Barbora Kohoutkova, Kimberly Glasko, Lisa Pavane, Tamara Rojo, Lucia Lacarra.

Nel 1999, a Roma, gli viene assegnato il Premio Gino Taniper il suo contributo alla diffusione, attraverso il linguaggio del corpo e dell’anima, dei valori della danza e del movimento.

L’anno successivo (28 giugno 2000) gli viene conferito a Firenze il Premio Galileo 2000 con la consegna del Pentagramma d’Oro.

Nell’ottobre del 2000 inaugura la stagione del Covent Garden con “Il lago dei cigni” nella versione di A. Dowell e nel novembre viene invitato al Teatro Bolshoi di Mosca per celebrare il 75° anniversario di Maja Plisetskaja alla presenza del presidente Putin.

Dal 1999 è Ambasciatore di buona volontà per l’UNICEF.

Nel giugno del 2002, a Londra, è stato ospite all’importantissimo gala di stelle in occasione delle celebrazioni del 50° anniversario di regno della Regina Elisabetta II

Sito ufficiale: www.robertobolle.com
Biografica: Informa Danza

 

http://www.dancevillage.com/ballerini/bolle-roberto.php

Novembre 22, 2008

Film Festival al via, Moretti: “Il cinema d’autore vince”

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Film Festival al via, Moretti: “Il cinema d’autore vince”

di Paolo D’Agostini

Incontriamo Nanni Moretti a poche ore del Torino Film Festival che dirige per il secondo anno. La conversazione nel suo ufficio (ha sistemato davanti a un imponente schermo il lettino da psicanalista di “La stanza del figlio”, per svolgere comodamente le funzioni di selezionatore) è tranquilla e generosa come un tempo non sarebbe stata. Si comincia dal cinema d´autore nel senso di personale e non-industriale («Che vince come dimostrano “Gomorra” e “Il divo”»). Si passa alla feroce antipatia per il Festival di Roma («Prepotente, ora come prima del cambio politico»). Si continua sull´esasperata personalizzazione torinese che ha sicuramente fruttato “visibilità” («Quale personalizzazione? E comunque non è colpa mia»). Si passa alla televisione: da spettatore («È tutta uguale e livellata verso il basso») e da ospite col contagocce («Vado dove mi sento meno a disagio»).Ci si distende infine sui suoi cavalli di battaglia extra-artistici: Berlusconi, la cui vittoria è lo specchio di una rinuncia, quella di chi sostiene che «agli italiani non interessa il conflitto di interessi, visto che hanno fatto vincere Berlusconi». E l´opposizione che non reagisce, è inerte, non rivendica la propria identità e non difende i paletti fondanti della democrazia repubblicana: «Veltroni? Il partito democratico aveva messo in moto speranze e attese, mi pare che per ora le abbia frustrate».

Il Festival di Torino apre oggi con il colpaccio di W, il film di Oliver Stone sul presidente uscente Bush che incredibilmente non ha ancora una distribuzione italiana.

Questa conversazione parte dal cinema e arriva ad altro. Si comincia dall´agitazione causata dall´assenza di titoli italiani nel concorso, e dalle sue parole sul cinema d´autore.

Lei voleva sottolineare che Gomorra e Il divo rappresentano un´indicazione importante perché sono film molto personali nello stile, mentre le è stato attribuito un pessimistico “due sole personalità non fanno il miracolo italiano”?
«Infatti, e aggiungo che oltre a una nuova generazione di registi, ce n´è una di produttori: Nicola Giuliano e Francesca Cima con Andrea Occhipinti (Il divo), Lionello Cerri (Giorni e nuvole) e Domenico Procacci (Gomorra). Tutti quelli che dicevano “è dei film d´autore la colpa del disamore del pubblico nei confronti del cinema italiano”, non hanno saputo più che cosa dire davanti ai due successi di pubblico, critica, premi internazionali. Che sono il risultato del percorso “d´autore”, cioè personale, di Garrone e Sorrentino. Improvvisamente è successo che il pubblico, che si vantava di non andare a vedere i film italiani perché “noiosi”, questa volta ne ha premiati due nello stesso momento».

E gli italiani assenti?
«Nelle varie sezioni del TFF ce ne sono molti. Se qualcuno pensa che quest´anno abbiamo “rifiutato” un anno di cinema italiano, sappia che casomai abbiamo rifiutato tre settimane di film italiani: tanto passa tra la fine del Festival di Roma e il TFF. Fino a tre anni fa esistevano due festival che convivevano serenamente, Venezia e Torino. Poi, l´entrata a gamba tesa, l´irruzione prepotente di Roma. È arrivata questa confusa corazzata, che già alla terza edizione si è sgonfiata, deludendo le proprie ambizioni e potenzialità: ricordo che costa cinque volte Torino, e molto più di Venezia».

È l´esistenza in sé di Roma che lei considera un´aggressione? In fondo la competizione – che lei difende – provoca vincitori e vinti.
«Roma si è letteralmente seduta sulle date di un festival internazionale come le Giornate del Cinema Muto di Pordenone, e si è piazzata un mese dopo Venezia e un mese prima di Torino. Basta prendersi questa responsabilità, invece di dire che non ci sono problemi e che siamo tutti amici. In realtà noi un film lo avevamo invitato e la produzione, a luglio, aveva anche accettato».

Galantuomini di Winspeare, Il passato è una terra straniera di Vicari o Si può fare di Manfredonia che erano a Roma? Non Pranzo di Ferragosto, che era a Venezia…
«Non ha importanza quale fosse, la produzione ha cambiato idea. Succede. Ma i responsabili dell´altro Festival, che sapevano del nostro invito già confermato, senza nemmeno un po´ di dignità professionale o umana, non si sono neanche fatti vivi. Almeno un biglietto: ci siamo comportati male ma la vita è così (in realtà la loro vita è così), tanti auguri. Avvilente».

Non sarà che il suo malumore viene allo scoperto ora che è cambiata la mano politica?
«Non c´entra niente. Irruzione prepotente: lo dissi da subito, molto prima che mi fosse proposta la direzione di Torino».

A proposito di cinema d´autore. Dei suoi primi film si disse molto che rappresentavano una generazione, ma sembrò che per lei quest´overdose di sociologia fosse frustrante.
«Non è una battuta, ma non ricordo più se trent´anni fa ero presuntuoso o giocavo a interpretare questo ruolo. È stata una fortuna e un privilegio se, partendo pressappoco da me, sono riuscito a raccontare anche gli altri. Grazie a questo ho continuato a fare film. Se è vero che ho raccontato un pezzo o un periodo della nostra società, mi sembra una bella responsabilità».

Per molto tempo si è impegnato a prendere le distanze dai conformismi pubblici (la polemica con l´informazione) e privati (famiglia, coppia, figli). Con l´età si è poi scoperto un po´ più indulgente e anche autoindulgente?
«Mi sembra di essere diventato più tollerante, ma sarebbe impossibile il contrario».

Anche Caos calmo fa parte di questo processo. Per la prima volta lei si è consegnato a una storia, a un regista, a un cast che non aveva scelto. In altri anni non sarebbe successo.
«No, infatti. Parecchie cose sono cambiate».

Cedimento o conquista?
«Né l´uno né l´altra, succede. E ne sono contento, va bene così». E qui parte uno scatto d´orgoglio. «Non sono stato a strombazzarlo ma aprire Torino con Stone è una cosa grossa. E anche che lui accetti di venire nonostante non gli serva alla promozione, dato che stranamente il film non ha ancora una distribuzione italiana. Ma aggiungiamo una mezza cosa sul mio ex lavoro di regista?».

Vuole annunciare qui il suo prossimo film?
«No. Sono stato felicemente distratto da Caos calmo e dal Festival. Ma in questo periodo, quando guardavo fuori e dentro di me, sentivo molto pessimismo, e siccome non mi piace in un film vendere solo quello, ho vagato da un soggetto a un altro. Ora mi sembra di aver trovato una storia e il tono giusto».

Tutto qui?
«Sì. E questa volta per evitare tensioni, a volte veramente eccessive, saprete subito di che si tratta. Così poi stiamo tutti più tranquilli. Non vorrei riassistere all´assurdo dibattito politico-giornalistico che ha preceduto l´uscita di Il Caimano, tra persone che non sapevano nulla del film. Dibattito che in parte ha condizionato quelli che hanno visto il film e anche quelli che non l´hanno visto, ma che pensano di averlo visto».

Che telespettatore è lei? Perfino Berlusconi si lamenta della tv.
«Non mi stanco di ricordare la pazzesca situazione italiana, anormale per una democrazia. Penso che le televisioni di Berlusconi non abbiano spostato solo voti, ma l´intero paese, comunque già pronto ad accogliere questa “novità”. E non facciamo confusione con Sarkozy, che non ha gli interessi economici e il potere mediatico di Berlusconi. Recentemente ho detto una cosa piccola e semplice: in Italia non c´è più opinione pubblica. Non parlo dell´opposizione, ma di qualcosa o qualcuno trasversale ai partiti, che comunque si riconosca in comuni valori democratici. E che, come succede in altri paesi, dovrebbe “punire” – mettiamoci le virgolette, per carità – un capo del governo che non ha senso dello Stato, che non va alle celebrazioni del 25 aprile, che aggredisce la magistratura, che ha come braccio destro un condannato per corruzione e come braccio sinistro un condannato per concorso in associazione mafiosa. E invece passano concetti come “agli italiani non interessa il conflitto di interessi, visto che hanno fatto vincere Berlusconi”. Sì, ma interessa alla democrazia? La maggioranza delle persone, e non solo a destra, ormai considera normale che un uomo abbia il monopolio della tv, faccia politica e sia anche capo del governo. La sua vittoria è questa: ormai la bassa qualità della democrazia italiana è considerata un fatto normale, marginale. Un paese che in quindici anni ha permesso a un uomo con tante tv e giornali e interessi economici di candidarsi cinque volte a capo del governo, non è un paese serio e non ha una classe politica seria. E sono andato fuori tema…».

Infatti, le avevo solo chiesto che cosa guarda in tv.
«Mi sono distratto perché pensavo al patto sottinteso quando è nata La7: non doveva crescere, non doveva togliere pubblicità a Mediaset. Con un po´ di coraggio sarebbe stata un´avventura culturale che alla fine si sarebbe rivelata anche un´avventura commerciale, perché i telespettatori cercano disperatamente qualcosa di decente. La sinistra in passato ci ha raccontato che con le tv di Berlusconi c´è stata maggiore offerta, maggiore democrazia. Il risultato è che abbiamo sei reti simili livellate verso il basso, e in prima serata non sai dove sbattere la testa».

Per le sue apparizioni televisive perché sceglie i luoghi più (sfacciatamente) amici? Non sarebbe più interessante anche per lei “diversificare”?
«Non mi sembra di andare poco in televisione. Vado dove mi sento meno a disagio».

Quanta fiducia nutre nella guida di Veltroni?
«Il Pd aveva messo in moto speranze e attese, mi pare che per ora le abbia frustrate».

E l´esibizione delle amicizie nel mondo dello spettacolo? Ricorda la parata di attori e cantanti al comizio di chiusura elettorale a Roma?
«Io ero in piazza, non sul palco».

Ma i tappeti rossi di Veltroni hanno fatto danni elettorali o no?
«Le persone votano o non votano seguendo altre motivazioni. Casomai per un elettore di sinistra conta, in senso negativo, la mancanza di reattività nei confronti dell´aggressività culturale della destra. Se uno dice mezza cosa su Berlusconi tutti, anche i giornali non di destra, titolano “clamoroso autogol della sinistra”. Mentre invece a destra c´è un uomo che da vent´anni parla di fucili ed è ministro della Repubblica. C´è paura non solo di affermare una propria identità ma anche di mettere paletti. Per esempio il rispetto della Costituzione. O impedire che “comunista” diventi un insulto: è anche grazie ai comunisti italiani che è stata fondata la nostra democrazia. Ecco, quella che viene punita è casomai l´inadeguatezza. La contiguità con lo spettacolo non mi sembra importante».

Lei se la prende con la stampa – tra l´altro facendo ingiustamente d´ogni erba un fascio – e con il centrosinistra. Ma se il repertorio di anomalie non ha influito sui comportamenti elettorali, la prima responsabilità non sarà di chi va a votare?
«I ragazzi di oggi sono nati e cresciuti in questa situazione. Per loro è normale che un solo uomo possa concentrare tanto potere. Io però ancora mi chiedo come mai il governo di centrosinistra non abbia fatto, nella legislatura 1996-2001, la legge antitrust e sul conflitto di interessi. Per sollevare un po´ la qualità della nostra democrazia».

Quanto è grave la battuta di Berlusconi sull´abbronzatura di Obama?
«Ha detto e fatto di molto peggio».

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